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  Politicfarm [ Politica, economia e società. Acura del prof. Matteo De Simone ]
 
 
         
 


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20 aprile 2006

Il perché - in attesa della pubblicazione della silloge "Output di libertà"

 

 

“un’idea può unire  gli uomini

la pace è una buona idea.”

Matteo De Simone

 

 

            In queste poche poesie, che costituiscono la mia prima pubblicazione ho tentato di concentrare ricordi, stati d’animo, momenti particolari di vita vissuta o di vita che avrei voluto vivere, e di inneggiare a valori positivi (pace, giustizia, solidarietà, ecc.).

            Ho tentato di raccontare in che modo percepisco la realtà e come  vivo sulla mia pelle i sentimenti, le emozioni i rapporti con chi mi accompagna in questo misterioso viaggio a termine, la mia vita. Ho rivissuto con nostalgia i ricordi delle persone che hanno condiviso con me un pezzo di esistenza, che mi hanno trasmesso calore, amore, colore, esperienze, professionalità e insegnamenti di vita.

            C’è mia moglie Rosaria.          

Ci sono i miei compagni di classe delle scuole superiori. Non potrò mai dimenticare Salvatore Di Martino, Giovanni Scognamiglio, Francesco De Luca, Maurizio Cirillo, Manlio La Piano, Mario Notomista, Francesco De Simone, Ivan Nastro, Anna Coticelli, Elena Covito, Maria Rosaria Di Vuolo, le gemelle Palomba, Annamaria Marvetti, Lucia Cesarano, Rosa Chierchia, Baldo Carpentieri, Gerardo La Mura, Antonio Di Vuolo ecc.. Questi hanno vissuto con me uno spaccato di vita, la più intensa, la più ingenua, la più vera…. Un ricordo particolare va a chi di essi non è più, a chi ha abbandonato troppo presto, e non per sua volontà, questo viaggio. Ciao Pino! Ciao Rosario!

C’è la Preside Maria Cirillo, maestra di vita.

C’è l’amore, quello vero, quello forte, quello desiderato e quello inventato.

C’è il trascendente, ci sono i luoghi dove vivo.

C’è, soprattutto, il desiderio di giustizia. Il tentativo di cercarla in luoghi dell’infinito, luoghi di solitudine, dove tutto sembra perfetto, senza sbavature. Rammaricandomi poi, ingenuamente, ogni volta di non trovarla nel quotidiano.

C’è la condanna dell’ignavia, del nichilismo e della dissacrante avidità di ricchezza e di potere. Oggi si avverte più che mai il torpore del relativismo etico, religioso e sociale in cui sembrano essere imprigionate le nuove generazioni. Colpa di retaggi socio-economici-culturali in cui è avvenuta la formazione personale di ognuno di noi, e specialmente di noi meridionali.

Responsabilità di nichilismi, purtroppo dominanti, che hanno sovvertito la scala dei valori sui quali trova fondamento il convivere civile.

Malgoverno e malavita, conniventi fra di loro, hanno costituito e costituiscono un mix esplosivo, devastante. Hanno imbavagliato anime, corpi e quel che è peggio pensieri, idee. Siamo incatenati dalla sottocultura della omertà e della corruzione a tutti i livelli.

Nel ruolo, peraltro di delicatezza estrema, che con passione, e non senza errori (ma sempre in buona fede), esercito ormai da quattro e più anni di docente vicario dell’Istituto Einaudi di Scafati, mi trovo giornalmente a dover combattere forme, a volte esasperate, estreme, di modi di pensare deformati da esperienze di vite vissute ai margini. Ai margini della cultura, della conoscenza. Cultura intesa, ovviamente, come senso critico rispetto alla realtà circostante.

Ho provocatoriamente posto l’accento sulla marginalità culturale. Ebbene, famiglie, scuola, autorità civili e religiose hanno rappresentato l’insolvenza, in termini fallimentari, funzionale dei propri doveri da decenni. E’ chiaro che le nuove generazioni avendo perso le coordinate e loro i punti di riferimento sono diventate vulnerabili, si sono perse, sono schiacciate solo dalla schiavitù dell’avere ai danni dell’essere.

Non smetterò mai, a costo di essere ripetitivo, di parlare ai miei allievi, cercando di trasmetter loro amore per la conoscenza, per la libertà, per la giustizia, per la pace e l’affermazione sempre e ovunque dei diritti umani.

Non cesserò mai, a costo di essere noioso, di comunicare ai miei colleghi, tutti per la verità mossi dai migliori fini e dalle più nobili intenzioni, l’amore per gli studenti e la passione per l’insegnamento. Che non intendano, né oggi né mai, la loro funzione solo come mera emissione di giudizi, bensì come semplice e alto ufficio di trasmissione del sapere.

Alzerò sempre la mia umile voce contro la rovinosa omologazione della società, dove chi “non si adegua passa per un originale” (G. Zagrebelski), spesso venendo anche emarginato, e dove chi compie atti di ordinario dovere, civile e morale, diventa esempio o santo.

Ricordiamo che “….la democrazia è fondata sugli individui, non sulla massa. Per questo una democrazia che vuole preservarsi dalla degenerazione demagogica deve curare al massimo grado l’originalità (e la cultura) degli individui…..” (G. Zagrebelski). Per preservare o sviluppare originalità vi è bisogno di trasmissione del sapere. In questo risiede il ruolo fondamentale della scuola.

L’alternativa è il collasso delle basi democratiche e una società di orwelliana memoria dove esistono i ministeri della verità di circostanza (false verità)…..

            Ritornando ai contenuti delle mie poesie, c’è il tentativo di raccontare la speranza di pace di chi vive la guerra in prima linea. Di chi si rende conto che la guerra non è un dovere, ma solo esercizio del potere per il potere. Di chi percepisce che i pretesti sui quali si basano i conflitti (religiosi, etnici, ecc…) sono solo menzogne. La guerra del soldato che nostalgicamente in trincea rivede il “ritratto ….. nero e bianco sorriso di prole e giovane sposa”.

            C’è la terza età. Condizione in cui spesso la mente ancora lucida “raccatta i ricordi”, seppur il corpo è cadente (“detrito carcame”).

            C’è il dolore, provato per i sofferenti occhi altrui, di “speranza che muore”.

            C’è l’esaltazione dell’umiltà.    

Ci sono io.

 

                                                           Matteo De Simone





permalink | inviato da il 20/4/2006 alle 15:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


23 febbraio 2006

Storia del banchiere di Dio

SE IL diavolo esistesse, se per somma dissimulazione vestisse il clergyman e se, colmo dei colmi, abitasse all'interno delle Mura Leonine, non potrebbe avere che le sue fattezze. Le fattezze e i modi di Paul Casimir Marcinkus, prete, principe della Chiesa, banchiere e finanziere ben più che spregiudicato. Nato a Cicero, Illinois, nel 1922, figlio di un emigrante lituano che si guadagnava da vivere lustrando i vetri dei grattacieli di Chicago, Marcinkus è morto ieri a Phoenix, Arizona.
Naturalmente, con spirito cristiano, gli auguriamo il perdono di domineddio e il paradiso.
Ma il disastro etico e d'immagine che per molti lustri ha segnato le vicende dell'oro Vaticano, il denaro "sterco del demonio" transitante impudicamente nel Torrione di Niccolò V, sede dell'Istituto per le Opere di Religione, in un via vai di filibustieri, bancarottieri e tangentisti in salsa piduista, inevitabilmente porta e porterà il suo nome, anche se nelle nefandezze fu tutt'altro che solo.
Da Sindona a Calvi, dal sacco di Roma dell'Immobiliare al riciclaggio della tangente Enimont, non c'è scandalo finanziario di cui le mura di quel torrione non conservino qualche eco. Sullo sfondo, l'eterna diatriba tra finanza laica e finanza cattolica, tra banca bianca e banca di altri colori, tra poteri massonici e poteri curiali, di cui abbiamo visto l'ultima rappresentazione nella vicenda della Banca Popolare di Lodi, col banchierino timorato, ma grassatore, e il governatore della Banca d'Italia che scambiava i ratios patrimoniali con le massime morali di San Tommaso.
Modi rudi, fisico da rugbista, accanito giocatore di golf sui campi dell'Acquasanta, sigaro cubano sempre acceso, ricercato dalle signore del generone romano, alla fine negli anni Sessanta Marcinkus, data la statura, univa le funzioni di guardia del corpo di Paolo VI nei viaggi all'estero e di stella nascente della finanza vaticana, cui papa Montini aveva imposto l'internazionalizzazione. Le partecipazioni azionarie del Vaticano in Italia, spesso imbarazzanti, dovevano essere smobilitate o adeguatamente "coperte" e alla finanza pontificia occorreva dare un respiro internazionale.
Marcinkus, sponsorizzato da don Pasquale Macchi, potente segretario del papa, aveva un rapporto personale con David Kennedy, presidente della Continental Illinois National Bank di Chicago, che poi nel 1969 fu nominato ministro del Tesoro nell'amministrazione Nixon.
Fu il banchiere americano a presentare Sindona al disinvolto finanziere papalino, diventato nel frattempo capo dello Ior. E i guai cominciarono subito. Già nel 1973 la Sec aprì un'inchiesta sulla Vetco Offshore Industries, che, attraverso un giro messo in piedi da Sindona, si scoprì essere illegalmente controllata dal Vaticano. Sindona poco dopo viene travolto dal crac delle sue banche, compiutosi al termine di una lotta sanguinosa tra il mondo laico, capeggiato da Ugo La Malfa, e quello cattolico, che faceva riferimento a Giulio Andreotti, e che ebbe il momento più aspro nell'incriminazione di due galantuomini come il governatore Paolo Baffi e il direttore generale della Banca d'Italia Mario Sarcinelli, poco propensi al salvataggio che i democristiani fortemente volevano. Ma Marcinkus aveva già gettato le basi del nuovo scandalo, il crac del Banco Ambrosiano, nel quale il Vaticano fu coinvolto per 1500 miliardi di ex lire, secondo il calcolo che fece il ministro del Tesoro Nino Andreatta.
Poco prima di essere ucciso a Londra sotto il ponte dei Frati Neri, Calvi, disperato, arriva a scrivere al papa: attacca Marcinkus, considerato appartenente all'ala massonico-curiale in Vaticano, sperando che Giovanni Paolo II consegni la banca papalina all'Opus Dei e che lo Ior salvi l'Ambrosiano con 1200 milioni di dollari.
"Santità - scrive il 5 giugno 1982 in una lettera rivelata molti anni dopo dal figlio - sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello Ior, comprese le malefatte di Sindona...; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell'Est e dell'Ovest...; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l'espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato...".
Sua Eccellenza Monsignor Paul Casimir Marcinkus, passando quasi indenne tra tutti i disastri e persino tra i sospetti che accompagnarono la morte improvvisa di Giovanni Paolo I, manterrà la sua poltrona fino al 1989, sette anni dopo l'omicidio di Calvi. Da allora la finanza vaticana è molto cambiata, l'influenza dell'Opus Dei è cresciuta rispetto a quella della chiesa americana.
Ma lo Ior rimane una banca del tutto speciale, perché da un lato è una banca off-shore, che opera nell'extraterritorialità, dall'altra è on-shore: chi è adeguatamente presentato può entrare portando una valigia piena di dollari di qualunque provenienza e uscirne, senza ricevuta, con la certezza che il suo denaro andrà dove deve andare senza lasciar tracce.
Ma monsignor Marcinkus, che per tutta la vita ha maneggiato sterco del diavolo, mai si dev'essere sentito il Maligno in clergyman. Anzi, in una delle rare interviste, si è perdonato così: "Ma si può vivere in questo mondo senza preoccuparsi del denaro? No, non si può dirigere la Chiesa con le Avemaria".
(22 febbraio 2006)

di ALBERTO STATERA

Corriere della Sera




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8 febbraio 2006

Amnesty: le vite fatte a pezzi dei prigionieri di Guantanamo

Fonte l'Unità

 Io sto morendo lentamente, ogni giorno, mentalmente e psicologicamente. Questo è quello che accade ogni giorno ad ognuno di noi. A parlare è Shaker Aamer, uno dei tanti detenuti di Guantanamo, il centro di detenzione Usa a Cuba che sta condannando «migliaia di persone a una vita di sofferenza, tormento e disprezzo».

A dar voci ai diritti di tanti prigionieri, a rivendicare una detenzione più umana e che rispetti la vita di ogni individuo è ancora una volta Amnesty International . L’associazione denuncia, in un rapporto dal titolo[/i]Guantanamo: vite fatte a pezzi, l’impatto della detenzione a tempo indeterminato sui prigionieri e sulle loro famiglie[/i] , i maltrattamenti e la privazione totale dei diritti a cui sono sottoposti quotidianamente i reclusi di questa prigione.

Il rapporto contiene le testimonianze di ex detenuti e dei loro familiari e descrive la situazione attuale delle persone ancora recluse a Guantanamo, gli scioperi della fame in corso e i tentativi di suicidio.

A Guantanamo i reclusi sono sottoposti a torture fisiche e psicologiche. Uomini che raggiungono la follia tanto da essere spinti al suicidio perché vittime di realtà inimmaginabili. Amnesty denuncia ogni possibile violazione delle norme internazionali sui diritti umani. E basta leggere qualche testimonianza per rendersene conto: «Gli prese la faccia e la fece sbattere contro il pavimento di cemento. C’era sangue dappertutto. Poi lo portarono via dalla cella e aprirono il tubo dell’acqua. La cella era piena di acqua mescolata al sangue. Lo abbiamo visto tutti…». «L’uomo si tolse lo scudo, si levò l’elmetto e, quando la porta fu aperta, prese la rincorsa e diede una ginocchiata proprio tra le scapole di Jumah. Quell’uomo pesava oltre un quintale».

Questa è la realtà del carcere di Guantanamo fatta di ingiustizie e soprusi contro prigionieri che quasi mai hanno beneficiato di una revisione giudiziaria legittima della propria detenzione. A parlare sono anche i numeri. Secondo il rapporto di Amnesty cinquecento uomini di 35 nazionalità sono detenuti a Guantanamo Bay, decine di loro sono attualmente in sciopero della fame e nove continuano ad essere rinchiusi anche se il governo Usa non li ritiene più combattenti nemici.

Alcuni soldati che erano di stanza a Guantanamo hanno parlato delle torture inflitte ai prigionieri e ne è emersa una situazione allucinante. Un caso tra tutti quello di Jumah Mohammed Abdul-Latif al-Dossari che è stato arrestato in Pakistan alla fine del 2001 e trattenuto per diverse settimane dalle autorità di quel paese. In seguito è stato prelevato da agenti Usa e trasportato in aereo nella base di Kandahar, Afghanistan. Durante il volo è rimasto ammanettato, con le mani dietro la schiena, e incatenato. Quando ha protestato per il dolore, è stato preso a calci e pugni nello stomaco, facendogli vomitare sangue. Al-Dossari è rimasto nella base aerea di Kandahar per circa due settimane, in una tenda gelida che ospitava anche altri detenuti e con un secchio come toilette. Le torture una volta arrivato nella prigione americana, sono continuate e in maniera anche più atroce. È stato rinchiuso in una cella frequentemente visitata da topi e serpenti, costretto a subire gli abusi dei militari che erano soliti spegnere le sigarette sulla sua pelle ed urinargli addosso, preso a calci in faccia, costretto a camminare a piedi nudi sul filo spinato con la faccia su un pavimento pieno di vetri rotti.

Queste sono solo alcune delle torture a cui i prigionieri sono costantemente sottoposti, ma secondo il rapporto e le testimonianze raccolte, lo stato di inciviltà che si respira in quel posto non è comprensibile neanche tramite questi racconti. Anche se conoscere certe verità aiuta a capire che il numero dei suicidi, in notevole crescita, secondo il rapporto, non è un’ invenzione come non lo sono le atroci descrizioni di chi quelle torture le ha subite sulla propria pelle ed ha avuto la fortuna di uscirne vivo per poterle raccontare. Si tratta dei detenuti rimandati nei propri paesi, vittime di detenzioni illegali che portano cucita addosso l’umiliazione di quei giorni a Guantanamo e i segni indelebili delle torture subite.

Il rapporto di Amnesty International è dedicato anche alle famiglie dei carcerati, testimoni di pesanti verità. Nel documento si leggono le parole di una donna, Nina Odizheva, madre di Ruzlan Odizhev, detenuto russo a Guantanamo, che ha raccontato come il tempo trascorso nel centro di detenzione Usa abbia irrevocabilmente trasformato il figlio: «È cambiato! Ora è completamente malato. Deve prendere medicinali per tutti i suoi organi principali. Cerca di non mostrarmi o di non dirmi particolari in modo che io non mi preoccupi, non ha mai appetito, è una persona diversa da prima».

Amnesty chiede «giustizia anche per queste madri e per quelle famiglie che ormai da tempo non hanno più notizia dei loro cari, per il rispetto delle persone umane». Amnesty chiede agli Usa di pubblicare la lista di tutte le persone detenute a Guantanamo e in altri centri di detenzione, di processare e di rilasciare tutti i detenuti della prigione americana, di chiudere Guantanamo e consentire verifiche indipendenti in tutti i centri di detenzione Usa per indagare su ogni denuncia di maltrattamenti e torture ai danni dei detenuti.




permalink | inviato da il 8/2/2006 alle 8:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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